Da qualche giorno ho finito la lettura del libro “Ossessioni collettive: critica dei social media” di Geert Lovink, che consiglio a tutti di acquistare. Lo considero il miglior volume letto nel 2012, per tre ragioni principali:
- Analizza criticamente i motori di ricerca, il comportamento degli utenti sui social network, i blog, i blogger e le forme di attivismo online, da Wikileaks a 4Chain;
- E’ un volume ricchissimo di spunti ad altri autori ed opere: un vero e proprio “nodo di conoscenze” che presenta punti di vista diversi, che meritano tutti di essere approfonditi;
- E’ un libro che mi ha permesso di trovare molte risposte (e farmi nuove domande) sull’uso che è stato fatto della Rete in Italia nelle ultime settimane. E ho deciso di dire la mia a mente fredda, ora che la maggior parte degli utenti sta usando la rete per instagrammarsi la vacanza e condividerla su Facebook e Twitter (cosa che, tra l’altro, riesce bene anche a me!).
Vediamo dunque alcuni concetti fissati all’interno di questo volume, destinati a farci riflettere, e che forniscono una buona “base teorica” alle critiche che lancerò nel secondo paragrafo di questo mio post.
Sulle critiche alla Rete lanciate in Ossessioni Collettive
1) Le pratiche comunicative sui social media privilegiano l’autoreferenzialità, e il dialogo tra gli utenti nella maggior parte dei casi è una illusione. Il dibattito si articola all’interno di “giardini recintati” che si negano ad ogni confronto con opinioni divergenti. I giardini recintati sono i gruppi all’interno dei social network e i blog gestiti da blogger che condividono contenuti con fini prevalentemente auto promozionali. Si tratta di ambienti frequentati di solito da persone che condividono gli stessi interessi e che difficilmente hanno motivo di esporsi all’interno delle community per dire qualcosa di diverso rispetto all’opinione corrente.
2) Viviamo nella società delle query: Google ha il monopolio dell’economia dell’informazione, impacchettata in database e selezionata sulla base di algoritmi gestiti da macchine e fruita attraverso black boxes: device e applicazioni di comunicazione digitale delle quali la maggior parte degli utenti ignora i meccanismi di funzionamento.
3) Il mondo del giornalismo è generalmente impreparato e parla di internet con superficialità: non avendo competenze tecniche specifiche, tende a fidarsi dei “guru della Rete”. L’agenda- setting dei media non consente di approfondire le discussioni in Rete, non consente una reale verifica sulle fonti (che resta una delle attività fondamentali che ogni buon giornalista dovrebbe fare) e alla fine il giornalista fa emergere solo il tema principale discusso all’interno dei “trending topics”. E io aggiungo che la ricerca degli “scoop” è disfunzionale alla crescita della cultura digitale nel nostro Paese. La conseguenza principale è che anche in Italia la stragrande maggioranza delle persone legge ciò che le testate d’informazione pensano del fenomeno internet, e non quanto viene effettivamente discusso nei forum o nei gruppi specializzati su Facebook.
L’autore passa in rassegna i più recenti studi critici del web, che evidenziano in particolare:
4) La perdita della capacità di lettura profonda dovuta principalmente alla diffusione dei tablet come strumenti per la fruizione dei contenuti digitali e degli e-book;
5) L’ascesa dei web nazionali, in controtendenza rispetto alla teoria dell’unificazione della Rete;
6) L’emergere di culture degli utenti diffuse e collaborative, che evidenziano caratteristiche peculiari rispetto alla più generale “cultura della Rete”;
7) Il virtuale si sta integrando sempre di più nella nostra vita reale; ciascuno di noi è costantemente impegnato nella produzione sociale di valore;
8 ) I link ai contenuti web simbolizzano la reputazione di un contenuto, e sono funzionali ai motori di ricerca. Se non si è d’accordo su un contenuto, si tende ad ignorarlo e a non linkarlo, limitando la possibilità di generare discussioni con un approccio critico;
9) Viviamo nell’era dell’infosfera, che induce le persone a produrre e condividere contenuti in tempo reale, creando un “rumore di fondo” che schiaccia i contenuti di valore sulla “coda lunga” teorizzata da C. Anderson. Se il cyberspazio è infinito, tuttavia, il cybertempo che ciascuno di noi ha resta limitato alle 24 ore che la Terra impiega a ruotare su se stessa. Per questo occorre sviluppare una capacità di auto-controllo sui flussi di relazioni digitali: “dobbiamo essere più forti di prima nell’essere in grado di spegnere l’iPhone. Ciò richiede pratica, auto-controllo e preparazione, come per altri aspetti della vita”. Occorre imparare a padroneggiare gli strumenti non soltanto quando ne avremo appreso l’utilizzo, ma anche una volta capito quando è il caso di metterli da parte. Si tratta tuttavia di un approccio all’uso dei device poco popolare. E’ necessario creare un approccio alla slow communication perché le tendenze verso la comunicazione in diretta, i movimenti e gli eventi reali che vengono immediatamente replicati nella sfera rappresentativa dei media, ci taglierà fuori da tempo necessario per l’azione, per la cronologia e per la storia, confinandoci all’interno del “tempo sferico”.
10) Il patrimonio culturale fa parte della memoria storica e non può essere delegato a un motore di ricerca.
11) La tecnologia ci sta letteralmente cambiando il cervello: le neuroscienze dimostrano come la fruizione dei contenuti in Rete attivi aree diverse del nostro cervello rispetto alla fruizione tradizionale e offline dei contenuti informativi. Per superare il perpetuo stato di distrazione può tornare utile rendere meno attraente e universale il culto del multitasking e dell’aggiornamento continuo. Il movimento che propone di andare offline non sarebbe però qualcosa di anti tecnologico, bensì soltanto un aiuto che consentirebbe alla tecnologia di tornare a servirci.
12) Il culto dell’autopromozione, veicolata da blog e social media, favorisce la diffusione dei “cervelli svuotati” che cliccano su “mi piace” senza approfondire i contenuti e il contesto nell’ambito del quale essi vengono condivisi online.
13) C’è poca vita nella Coda Lunga. Anziché essere distribuita nell’intero network, la cultura della discussione si polarizza intorno a pochi siti, spesso in reazione a specifici autori, temi o discussioni attive da tempo. Più si pubblicano commenti e nuovi post, più gli utenti si sentono attratti da quel contenuto. Lo stesso Facebook tende a privilegiare nel flusso delle notizie quelle “principali”, cioè più condivise tra gli utenti dello stesso network. Nella nostra era dell’auto-rappresentazione, spesso i commenti non hanno un legame diretto con il contenuto in questione. L’atto di rispondere raramente cerca il dialogo diretto con l’autore del post o del tweet, ma si trasforma nella maggior parte dei casi ad uno strumento che, nel nome della “brevità in 140 caratteri”, disintermedia il pudore e veicola il risentimento di un utente nei confronti di quel contenuto. Gli utenti non si limitano a discutere con l’autore o correggerne il contenuto, ma si pongono l’obiettivo di produrre un qualche effetto che li evidenzi all’interno del network.
14) Per combattere i pericoli della Rete, occorre essere attivi con i media, inventandosi utilizzi diversi da quelli ai quali sembrano preordinati, neutralizzando le macchine in compiti che non potranno mai portare a termine, inserendo elementi di dissonanza e disorientamento con lo scopo di intimorire e, sopratutto, di non rassicurare sulla bontà della Rete. E da questo punto di vista ritengo personalmente che siano molto interessanti le iniziative portate avanti da Gilda 35.
Co-creazione e Collaborazione Versus social-guru e Digital Lurkers
La lettura di questo libro mi ha fornito gli “spunti teorici” per condividere online la mia opinione su quanto accaduto in Italia nell’ultimo periodo. Ritengo che da marzo a luglio del 2012 alcuni utenti italiani della Rete abbiano toccato il punto più alto di quanto di bello e costruttivo si può fare con internet, mentre altri hanno contribuito a far sprofondare il web nella più maleodorante cloaca delle relazioni interpersonali.
Il lato bello della Rete: L’uso dei social media durante il terremoto in Emilia
Pochi minuti dopo la prima tragica scossa del 20 maggio il primo canale di informazione su quanto stava accadendo è stato Twitter. Il blackout delle reti cellulari (che spesso si verifica in occasione di calamità naturali) è stato bypassato con una nobile opera di sensibilizzazione civile, che ha spinto i cittadini delle aree colpite a togliere la protezione alle loro reti wi-fi domestiche, per consentire a tutti di disporre di connettività.
Twitter, Facebook, Instragram e i blog sono stati le infrastrutture di comunicazione che hanno consentito alle popolazioni colpite di testimoniare la tragedia, sviluppare forme di auto-organizzazione all’interno delle tendopoli, promuovere una rete di vendita per le forme di parmigiano cadute a terra, segnalare i danni provocati dal terremoto su mappe create in crowdsourcing. Paradossalmente, per la prima volta, l’approfondimento delle notizie sul terremoto non è passato dai media mainstream (tv, radio, quotidiani), ma direttamente dagli utenti della Rete. Questo particolare tema sarà oggetto di una mia prossima pubblicazione, che spero di dare alla luce entro la fine di quest’anno.
Il lato bello della Rete: L’Indigeni Digitali Camp di Viterbo
Ritengo che l’Associazione Indigeni Digitali sia attualmente il miglior network organizzato sulla cultura digitale esistente in Italia. Non si limita ad aggregare contenuti in Rete ma li integra negli spazi urbani attraverso le formule degli aperitivi (occasioni informali di networking tra persone che vivono la Rete) e dei Camp (giornate di approfondimento specialistico su temi specifici).
Il livello di conoscenza prodotta nei tre giorni di Viterbo è stato davvero molto alto, e rappresenta quanto di meglio può essere realmente creato attraverso forme di collaborazione e co-creazione promosse online.
Peccato però che i contenuti di qualità prodotti in quei giorni siano stati schiacciati, sui media mainstream (quotidiani e periodici in primis) dai deplorevoli toni della discussione generata su una ricerca di Marco Camisani Calzolari relativa ai fake followers di Beppe Grillo.
Il lato brutto della Rete: le reazioni alla ricerca sui “Fake followers” prodotta da Marco Camisani Calzolari
Al di là del discutibile modo in cui la ricerca è stata promossa online (attività iniziata parecchie settimane prima sfruttando la visibilità del gruppo degli Indigeni) e del modo in cui questa è stata rappresentata sui media mainstream (con la fondamentale parte metoologica, la parte davvero innovativa della ricerca, che ha fornito criteri per definire i fake followers su Twitter, della quale nessun giornalista ha parlato) vorrei concentrarmi proprio sulle reazioni provocate da questa ricerca che, tra l’altro, ritengo sia metodologicamente corretta. Di sicuro ha il pregio di aver sensibilizzato gli “addetti del settore” sul tema dei “fake followers” (che, personalmente, già avevo avuto modo di sperimentare da più di un anno. Le reazioni a questa ricerca hanno evidenziato due ordini di problemi:
1) I media hanno commesso l’errore che ho evidenziato nel punto 3 del mio paragrafo precedente. La maggior parte delle persone che conosco non ha la minima idea di cosa sia Twitter e di come funzioni. I giornalisti dovrebbero approfondire di più questo aspetto, prima di pubblicare in modo superficiale i risultati di una ricerca che, all’occhio dei non-addetti ai lavori, scredita un social medium altresì utilissimo e capace di generare valore per la collettività (come nel caso del terremoto in Emilia);
2) Le reazioni alla ricerca di Marco Camisani Calzolari si sono rapidamente trasformate in uno scriteriato attacco personale, con tanto di insulti più o meno evidenti, da parte dei tanti “social-guru” che ormai infestano la parte professionale della Rete in Italia. Internet mostra il suo lato più pericoloso quando viene utilizzato come uno strumento di disintermediazione del rispetto tra le persone, e a farne le spese è stata anche la stimata blogger Caterina Policaro. Bisognerebbe ricordare a taluni personaggi che esiste il reato di “diffamazione a mezzo internet”, e che la Legge trova applicazione anche tra i byte delle pagine web. E, comunque, le persone migliori sono quelle che si comportano in modo educato in ogni situazione: questo, però, me lo hanno insegnato i miei genitori e non l’ho appreso da nessun e-book.
Il lato brutto della Rete: le polemiche online legate all’operazione “Meet FS”
Guai, nelle praterie del web cavalcate dai social-guru della Consulenza Digitale, se un’azienda non chiede il loro supporto “transmediatico” per lanciare una iniziativa di Digital PR come quella che ha visto protagonista le Ferrovie dello Stato con #MeetFS. La polemica si è scatenata (se ricordo bene) nel momento in cui le FS hanno invitato alcuni blogger a visitare la “stanza dei bottoni” presente a Roma.
Ritengo che le Ferrovie dello Stato, così bistrattate sulla Rete, abbiano pianificato in modo corretto questa iniziativa (concordo con l’analisi sul caso che potete leggere qui) , ma siano state forse un po’ troppo ottimistiche sulle reazioni che essa avrebbe generato all’interno del canile del Web. Ancora una volta, la vera figuraccia l’hanno fatta solo gli utenti che hanno insultato Trenitalia e i blogger che hanno partecipato a Meet FS.
Il lato brutto della Rete: il boicottaggio del progetto “Cultura Digitale” su Wikipedia
Ed ora, visto che scrivo sul mio blog, mi tolgo qualche “sassolino dalla scarpa”. Mi riferisco, in particolare, al sabotaggio della voce “cultura digitale” su Wikipedia, che è stato pianificato ad arte da chi, evidentemente, ha interesse ad occultare le belle iniziative promosse da Indigeni Digitali e a non divulgare troppo lo studio che ho pubblicato a gennaio nell’e-book “Cultura Digitale: valori e ruolo nella società dell’informazione”, gratuito e liberamente scaricabile online.
Dopo essere stato indirettamente accusato di essere un incompetente dedito a “scarabocchiare wikipedia”, la voce in questione è stata “magicamente” chiusa giustificando il gesto come una violazione di copyright della fonte, quando in realtà l’e-book è liberamente disponibile nella corretta licenza Creative Commons. Inoltre, il mio account è stato bannato per diversi giorni. Preferire una voce di wikipedia che resta vuota rispetto ad un contributo che, per la sua stessa natura, può favorire la co-creazione collaborativa di significato, è un errore. E questo errore diventa un gesto criminale nel momento in cui si decide deliberatamente di tappare la bocca ai contributori. Il fatto che Wikipedia sia, nella realtà quotidiana, in mano a persone del genere, è davvero inquietante. Vorrà dire che approfondirò questo studio con un libro ad hoc…
Conclusioni: il mio decalogo per un uso ragionato e consapevole della Rete
La Rete è lo specchio della società contemporanea. #sapevatelo
La pausa estiva di questi giorni mi porta a riflettere sul fatto che Internet, con i suoi lati positivi e negativi, sia sempre più lo specchio della nostra società.
La domanda più importante che mi pongo è: in che modo il Web può essere studiato e interpretato? Lo studio della Rete ha conseguenze non solo sul lato teorico, ma anche in quello pratico della consulenza aziendale. Le riflessioni sul ruolo della società dell’informazione sono importanti anche per guidare o supportare iniziative e progetti imprenditoriali.
Come afferma Lovink nel suo libro, occorre considerare internet come un oggetto di studio autonomo. L’applicazione delle teorie classiche della comunicazione, così come degli approcci tradizionali (a partire da quello etnografico) rivelano tutti i loro limiti nella comprensione dei tanti fenomeni legati alla Rete e che necessitano, come ho scritto in “Cultura Digitale”, di un approccio olistico che abbracci ogni campo del sapere umano. Internet è un ecosistema che ha ricadute effettive sul mondo reale; ne è una prova questo racconto. Paradossalmente, il settore scientifico-discliplinare della ricerca accademica che al momento è più sensibile ad accogliere studi sulla cultura digitale è quello delle scienze geografiche, che mi vede impegnato in prima persona con le attività di ricerca svolte nell’ambito del GREAL.
Da punto di vista più generale, spetta a noi, comunque, la scelta degli argomenti e delle iniziative alle quali partecipare attivamente ogni giorno.
Ecco, in base alle riflessioni fatte finora, il mio decalogo per un uso attivo, ragionato e consapevole della Rete:
- Condividere contenuti autentici e restare educati, sempre;
- Concentrarsi sull’approfondimento di argomenti specifici, senza perdere troppo tempo nelle discussioni in tempo reale intorno a memi che non presentano peculiarità di ampio respiro;
- Limitare la propria presenza in ambienti (blog, discussioni, gruppi, trending topics) lanciati con il solo scopo auto-promozionale;
- Riappropriarsi del proprio tempo, concentrando la propria partecipazione “in tempo reale” ai soli eventi ai quali non si può essere presenti fisicamente;
- Privilegiare un uso della Rete finalizzato alla creazione di occasioni fisiche di incontro e di confronto;
- Evitare di utilizzare l’iPhone o altri smartphone come un mezzo fine a se stesso;
- Impegnarsi ad “evangelizzare” il lato bello e i vantaggi della Rete a chi usa internet con innocente superficialità (si tratta delle persone che, tecnicamente, definisco come soggette a “knowledge divide”);
- Imparare a distinguere i social-guru dai veri professionisti della Rete.
- Sviluppare un approccio orientato alla condivisione della conoscenza e alla co-creazione di valore;
- Sviluppare un approccio professionale orientato alla collaborazione attiva tra utenti distribuiti online.

Pingback: I burattinai della Rete che dominano l'infosfera | Alessandro Prunesti